Ai nostri microfoni il DS Marcello Smacchia fa il punto sulla stagione del Tolfa — un quarto posto amaro e una splendida cavalcata in Coppa Italia — e racconta la nuova squadra, l’Eccellenza sfiorata più volte e i valori di una società che è prima di tutto una comunità.
Quarto posto e finale di Coppa Italia: rispetto ai pronostici, vi ritenete soddisfatti?
In campionato no. Avevamo costruito una squadra importante e, pur sapendo quanto sia competitivo il Girone A, chiudere a 19 punti dalla prima e 10 dalla seconda non può soddisfarci. Ci sono attenuanti oggettive: una stagione condizionata dagli infortuni, con Roccisano e Jacopo Gaudenzi di fatto mai a disposizione. Discorso diverso per la Coppa Italia: il passivo della finale non rispecchia quanto visto in campo, ma il percorso è stato straordinario. Abbiamo eliminato San Basilio e Alatri, entrambe poi promosse in Eccellenza. È da lì che dobbiamo ripartire.
Da dove riparte il Tolfa? Quali novità nell’organico e con quale obiettivo?
Ripartiamo dalle certezze costruite in questi anni, da una società seria e da uno staff appassionato. In rosa cambiamenti in quasi tutti i reparti: confermati entrambi i portieri, attacco rinnovato quasi del tutto con la sola conferma di Miguel Vittorini, a centrocampo due giocatori di spessore più tre giovani interessanti, interventi anche in difesa. Vogliamo alzare il tasso tecnico senza perdere identità e appartenenza. Non ci piacciono i proclami, ma una società come il Tolfa deve partire con l’ambizione di stare in alto e giocarsela fino alla fine.
Più volte l’avete sfiorata: cosa serve per raggiungere l’Eccellenza?
L’Eccellenza non si conquista per caso. Esserci andati vicini più volte dice che il lavoro fatto è stato importante, anche se resta il rammarico — e va riconosciuto il valore di chi ci ha preceduto. Siamo una piccola realtà, un paese di poco più di 5.000 abitanti, che si confronta con società di realtà molto più grandi: per questo ciò che il Tolfa ha costruito vale ancora di più. Lavorando con serietà, competenza e programmazione, sono convinto che il nostro momento arriverà. È un traguardo che vorremmo regalare ai nostri tifosi e a tutta la comunità.
Che ambiente si respira e cosa significa lavorare per il Tolfa?
Significa prima di tutto far parte di una famiglia. Qui ci sono persone che dedicano tempo, passione e competenze per il bene della società, spesso in modo del tutto volontario: è il nostro vero valore aggiunto. Chi arriva capisce subito che non rappresenta soltanto una squadra, ma un’intera comunità. Indossare questa maglia è anche una responsabilità. Per questo scegliamo persone che, oltre alle qualità tecniche, abbiano qualità umane e condividano la nostra mentalità.
Come vede il Tolfa rispetto alle concorrenti? Quali sono le più competitive?
Sarà di nuovo un campionato equilibrato e di alto livello. Tra le più competitive metto Pianoscarano, Capranica, Campagnano — una vera corazzata — Ladispoli e il Santa Marinella degli amici Fracassa e Protani. Ma in un girone così ogni partita nasconde insidie e non escludo altri inserimenti: penso a Tarquinia, Cerveteri e a qualche sorpresa romana. Noi non ci sentiamo inferiori a nessuno, però dovremo dimostrarlo ogni domenica con lavoro, organizzazione e sacrificio.
Qual è l’impronta di Marcello Smacchia al Tolfa?
Marcello Smacchia da solo non va da nessuna parte. Se il Tolfa è competitivo da anni, il merito è del lavoro di squadra. Ho l’onore di rappresentare il mio paese da direttore sportivo e ne vado profondamente orgoglioso. Un grazie al presidente Alessio Vannicola, al vice Stefano Pasquini, a Giuseppe Marrocchi, al segretario Giuseppe Pacchiarotti e ai miei collaboratori Salvatore Incorvaia e Marco Marenzi. I risultati sono frutto della passione e del sacrificio di tante persone che lavorano dietro le quinte, con un unico obiettivo: fare il bene del Tolfa Calcio.
