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Tor Tre Teste: il viaggio in Cina raccontato dal Presidente D’Adamo

 

Abbiamo ancora negli occhi la pesante sconfitta dell’Italia in Bosnia, una delle notti più buie  del recente passato azzurro. Un risultato che riapre, ancora una volta, il dibattito sulla crescita dei giovani e sullo stato dei settori giovanili nel nostro Paese.
Eppure, mentre il sistema sembra arrancare, c’è chi prova a muoversi in direzione opposta. È il caso della Tor Tre Teste, che per la seconda volta dall’inizio dell’anno ha portato le proprie squadre in Cina per un’esperienza formativa internazionale: a gennaio Under 13 e 16, ora Under 17 e 19.
Il secondo viaggio si è concluso da poco e, dunque, abbiamo scambiato qualche parola con Ivan D’Adamo, numero uno della realtà di via Candiani, che ringraziamo infinitamente.

Buongiorno Presidente, è già il secondo viaggio in Cina: che bilancio si sente di tracciare, non solo dal punto di vista tecnico, ma anche sotto l’aspetto umano per ragazzi immersi in un’esperienza così importante?

Allora, noi la prima volta siamo andati ad Hainan, un’isola cinese, dove abbiamo fatto un’esperienza bellissima con i gruppi Under 13 e Under 16. Hanno avuto l’opportunità di giocare davanti a 6/7000 persone, hanno visitato scuole ed è stato un vero e proprio scambio culturale. Sul lato calcistico ci sono state partite di livello, belle e ben gestite da tutte le scuole. Diciamo che non sono come le nostre scuole italiane: lì hanno a disposizione moltissime strutture. Quindi è stata un’esperienza calcistica, ma molto legata allo scambio culturale.

Quest’altro viaggio è stato qualcosa di bellissimo: i ragazzi, per esempio, hanno scoperto come si lavora l’argilla e come si realizzano oggetti locali, quindi c’è stato anche un piccolo scambio culturale, ma l’esperienza è stata legata moltissimo al fattore calcistico. Siamo stati in città come Shanghai, Nanchino e Wuxi, realtà invidiate in tutto il mondo, e abbiamo avuto l’opportunità di giocare in tre stadi: uno da cinquantamila, uno da trentacinquemila e uno da trentamila posti. Giocare in impianti del genere, che forse neanche in Serie A abbiamo, è un’opportunità che vivi e che ti resta per sempre. Poi visitare città come Shanghai è fantastico, soprattutto se vissute come è stato permesso a noi. Avevamo camere d’hotel a quattro stelle, due autobus a disposizione per tutto il viaggio: i ragazzi hanno potuto visitare la città e conoscere il sindaco insieme all’assessore e al ministro dello sport. Di fatto, si sono sentiti come veri e propri calciatori professionisti.

A proposito di strutture: che emozione è stata per questi ragazzi giocare in stadi così importanti? E quanto è grande il divario con l’Italia?

Guarda, oltre ai tre stadi meravigliosi in cui abbiamo giocato, dico solamente che un’amichevole l’abbiamo fatta in un centro sportivo con quattordici campi da calcio a undici, tutti in erba e con manti impeccabili. Qui ti rendi conto che la crescita del calcio è incentivata tantissimo e non mi meraviglierei se tra dieci anni la Nazionale cinese arriverà a giocarsela con squadre importanti. In Italia, invece, tutto ciò non accade: le infrastrutture sono fatiscenti, gli aiuti dal governo sono quasi nulli e gli incentivi per chi sta in “basso” – le giovanili, ma non solo – non ci sono. Io ho girato un po’ il mondo, dall’Australia all’Inghilterra fino alla Cina, e ti dico che si sta dando tanta forza alla base, che è poi quella che ti forma il giocatore e te lo porta in alto. Quindi non mi meraviglio se poi succede quello che è successo ieri.

Cos’ha significato confrontarsi con professionisti e, in alcuni casi, anche batterli?

Faccio i complimenti perché c’è stato un livello di intensità altissimo: tutte partite bellissime e di livello, contro giocatori anche molto più grandi. Ha dato la possibilità di misurarsi con culture calcistiche differenti, ma anche con ragazzi che fino a due anni fa erano nelle giovanili dell’Atletico Madrid. Dunque, riuscire a colmare queste differenze e vincere è qualcosa di importante, che ci fa capire che in Italia il talento non manca. Quello che manca è altro: una base da cui ripartire. Lì vedevo giovani che arrivavano la mattina e, nella stessa struttura, andavano a scuola, poi si allenavano un’ora e mezza nel pomeriggio in luoghi modernissimi e con strumenti all’avanguardia. Per fare un esempio, una squadra di dilettanti ci ha fornito dei GPS da migliaia di euro.

E allora, considerando che la crescita dei giovani è il tema caldo del momento, visto anche il risultato della Nazionale italiana di ieri, lei che è il presidente di uno dei settori giovanili più rigogliosi di Roma, cosa ne pensa?

Io vado un po’ in controtendenza. Per me i giocatori esistono, il talento c’è, i risultati delle Nazionali Under sono buoni. Il problema risiede in quello step che manca tra le giovanili e il grande calcio. O si interviene con delle leggi, altrimenti si farà sempre più fatica a portare giovani in prima squadra. Come in altri campionati, inglesi e francesi, ci sono regole secondo cui devi avere obbligatoriamente giocatori formati nel tuo settore giovanile: alla fine giocheranno e inizieranno a emergere. In Italia, invece, non siamo capaci di far giocare i giovani, dunque secondo me sarebbe giusto imporlo.

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