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Scafatese, una profezia realizzata

Ad agosto sembrava una frase come tante, una di quelle dichiarazioni che servono a caricare l’ambiente e a fissare obiettivi ambiziosi, ma che raramente resistono alla prova del campo. E invece no: quando Felice Romano disse «saremo in C a Natale», non stava esagerando, stava semplicemente anticipando ciò che sarebbe successo di lì a pochi mesi. La sua Scafatese ha sì centrato la promozione con qualche settimana di ritardo rispetto alla profezia, ma lo ha fatto in un modo talmente netto da rendere quella frase ancora più potente oggi: imbattuta, dominante e con ben 19 punti di vantaggio sulla seconda, il Trastevere Calcio.

Quella della Scafatese non è stata semplicemente una stagione vincente, ma un campionato controllato dall’inizio alla fine, costruito su una superiorità tecnica ed emotiva evidente e su una società che ha sempre dato l’impressione di sapere esattamente dove voleva arrivare. E proprio quando tutto sembrava andare nella maniera più lineare possibile, è arrivato uno degli snodi più sorprendenti dell’intera annata, destinato a cambiare la percezione del progetto: il cambio in panchina.

A dicembre, infatti, con la squadra prima in classifica e ancora imbattuta, Romano decide di esonerare Gianluca Esposito, l’allenatore che aveva costruito la solidità del gruppo e guidato la cavalcata iniziale, reduce sì da qualche pareggio ma comunque leader indiscusso del campionato. Una scelta che, nel calcio tradizionale, avrebbe fatto gridare allo scandalo, e che invece racconta molto bene la mentalità del presidente: non accontentarsi mai, nemmeno quando si è davanti a tutti, e pretendere un livello di dominio totale, senza rallentamenti. Al suo posto arriva Giovanni Ferraro, chiamato a completare un’opera già straordinaria ma che, nelle intenzioni della società, doveva diventare perfetta.

Quella decisione, però, non è rimasta senza conseguenze. A pagarne il prezzo più alto, almeno sul piano simbolico, è stato Antonio Di Natale, figura di grande peso all’interno del club e punto di riferimento mediatico del progetto, che ha scelto di dimettersi proprio perché in disaccordo con l’esonero di Esposito. Le sue parole sono state nette, tutt’altro che diplomatiche, e raccontano bene la frattura di quei giorni: «Sono molto contrariato» e ancora «È una scelta che non condivido», dichiarazioni che fotografano perfettamente il momento e chiariscono come la sua uscita non sia stata una decisione della società, ma una presa di posizione personale forte e immediata.

E invece, paradossalmente, è accaduto il contrario. La Scafatese ha continuato a vincere, ha mantenuto l’imbattibilità e ha chiuso il campionato senza mai perdere, trasformando anche quella che sembrava una crepa in un ulteriore segnale di forza. È qui che emerge con chiarezza la figura di Romano, un presidente lontano dagli schemi tradizionali, capace di prendersi responsabilità pesanti e di imporre una visione senza compromessi, anche a costo di decisioni impopolari. La sua leadership è stata il filo conduttore dell’intera stagione: presente, visibile, spesso sopra le righe, ma sempre coerente con un’idea precisa di crescita.

E questa dimensione fuori dagli schemi è esplosa definitivamente nel momento della festa promozione, quando il presidente ha trasformato un traguardo sportivo in un vero e proprio evento virale. Le immagini hanno fatto il giro dei social, soprattutto su Instagram, mostrando Romano mentre distribuiva banconote da 500 euro ai bambini e ai tifosi in strada, in un clima di euforia collettiva che ha coinvolto tutta la città. Solo in un secondo momento si è scoperto che quelle banconote erano finte, con il volto dello stesso presidente stampato sopra, un gesto goliardico ma perfettamente in linea con il personaggio e con un modo di comunicare diretto, teatrale e profondamente moderno. Non una semplice celebrazione, ma una scelta consapevole di trasformare la vittoria in racconto, in immagine, in identità condivisa.

In questo senso, la Scafatese non è soltanto la squadra imbattuta d’Italia o la dominatrice del proprio girone, ma anche un caso mediatico che racconta come il calcio, oggi, si giochi tanto sul campo quanto nella capacità di costruire una narrazione. E Romano, nel bene o nel male, è riuscito a fare entrambe le cose: vincere e far parlare.

Alla fine, resta il confronto tra due frasi che oggi sembrano dialogare tra loro. La prima, pronunciata in estate, era «saremo in C a Natale». La seconda, arrivata durante i festeggiamenti, alza ancora di più l’asticella: «in due anni andremo in B, questo il prossimo obiettivo». Se la prima, all’epoca, poteva sembrare un azzardo e oggi è diventata realtà, la domanda nasce spontanea: perché non credergli anche questa volta?

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