Ci sono società calcistiche la cui storia va oltre i risultati ottenuti sul campo. Realtà che, nel corso dei decenni, diventano parte integrante dell’identità di una città, accompagnano generazioni e lasciano un segno nella memoria collettiva. L’Isola Liri è una di queste. Una storia iniziata nel 1925, fatta di passione, traguardi importanti, momenti difficili e della volontà di mantenere vivo un legame profondo tra la squadra, i colori biancorossi e il proprio territorio.
Fondata il 21 giugno 1925, l’Unione Sportiva Isola Liri attraversa diverse epoche del calcio italiano, costruendo progressivamente la propria identità. Dalle prime esperienze nei campionati locali alle stagioni ai massimi livelli dilettantistici, il club si ritaglia uno spazio significativo nel panorama calcistico laziale, fino a raggiungere uno dei momenti più alti della propria storia.
30 marzo 2008, il giorno della Serie C2
Il 30 marzo 2008 è una data destinata a rimanere impressa nella memoria biancorossa. La promozione in Serie C2 porta l’Isola Liri per la prima volta nel calcio professionistico, coronando anni di ambizioni e proiettando una realtà di provincia su un palcoscenico nazionale. L’esperienza tra i professionisti si concluderà nel 2012, ma lascerà un’eredità sportiva importante, ancora oggi parte del patrimonio storico della società.
Una maglia che pesa
Una storia che è un patrimonio da custodire, ma anche una responsabilità per chi oggi porta avanti il progetto biancorosso. Lo sottolinea Francesco Iafrate, vicepresidente dell’Isola Liri 1925, che riconosce il peso della tradizione e l’importanza di onorare ogni giorno una maglia così ricca di significati: «Chiaramente sappiamo di indossare una divisa pesante: il passato glorioso di questa società ci impone sempre di essere all’altezza di ogni circostanza. Siamo orgogliosissimi della nostra storia e della casacca che indossiamo e onoriamo ogni giorno».
Fuoco sotto la cenere
Dopo la mancata iscrizione della storica A.C. Isola Liri nel 2016, il calcio cittadino attraversa una fase complessa. Per ripartire servono nuove energie, idee e persone disposte a rimettersi in gioco per mantenere viva la tradizione biancorossa. Nel 2023 nasce l’Isola Liri 1925: un nuovo punto di partenza e un progetto che, in poche stagioni, riporta entusiasmo e risultati.
Iafrate racconta la genesi della nuova società partendo da un’immagine semplice, ma significativa: «Sapevamo che a Isola Liri c’era fuoco sotto la cenere e, dopo tanti anni, siamo riusciti a riportare i nostri tifosi allo stadio. Il loro sostegno e la loro fiducia sono la nostra benzina quotidiana per andare avanti con questo progetto». Una rinascita nata quasi per caso, da una conversazione tra persone unite dalla stessa passione: «Ci tengo a sottolineare che tutto questo è partito da una chiacchiera davanti a un bar fra alcuni dei vecchi dirigenti e altre persone del paese che avevano “fame di calcio”».
Tre promozioni in tre anni
Da quell’intuizione prende forma un percorso sportivo di grande rilievo. Dalla Terza Categoria alla Seconda, poi la Prima Categoria e infine la Promozione: tre promozioni consecutive che riportano l’Isola Liri a una dimensione calcistica più vicina alle ambizioni della piazza. Un risultato che, come precisa il vicepresidente, non va dato per scontato: «Vincere non è mai facile, e questo credo sia necessario dirlo. Il nostro progetto era di tornare nel calcio che conta a livello dilettantistico e di farlo nel minor tempo possibile. Siamo in Promozione dopo tre anni e non potevamo chiedere di meglio».
Una cantera sul modello Bilbao
La crescita, tuttavia, non si misura soltanto con i risultati della prima squadra. Secondo Iafrate, il percorso intrapreso sta rafforzando la società anche sul piano organizzativo e progettuale. Il prossimo passaggio riguarda proprio lo Stadio Nazareth, per il quale, spiega il vicepresidente, l’amministrazione comunale ha garantito un intervento di rifacimento entro l’inizio della prossima stagione. Un passaggio che potrebbe aprire nuove possibilità anche per il settore giovanile e per lo sviluppo di ulteriori attività.
«Al momento, con il manto in erba naturale, siamo costretti a dislocare i nostri settori giovanili su campi limitrofi. Far rientrare tutti i nostri ragazzi al Nazareth è quindi il nostro obiettivo primario», racconta Iafrate. La valorizzazione dei giovani del territorio è una delle direttrici principali del progetto: «Abbiamo vinto in questi anni con ragazzi della provincia. Anche quest’anno la squadra è formata da tutti frusinati e il nostro obiettivo di lungo periodo è quello di creare una “cantera”, puntare sui giovani del nostro territorio e diventare una realtà molto vicina a quella dell’Athletic Bilbao in Spagna, chiaramente con i dovuti margini di paragone».
Un modello ambizioso, dunque, fondato sull’identità locale e sulla capacità di costruire nel tempo una struttura solida. Accanto al calcio maschile, la società guarda anche alla possibilità di entrare nel mondo del calcio femminile, ampliando ulteriormente il proprio raggio d’azione.
La squadra della gente
Al centro di questo percorso resta il rapporto con la città. A Isola del Liri il calcio è da decenni un appuntamento capace di riunire generazioni diverse, alimentando ricordi condivisi e un senso di appartenenza che va oltre i confini del campo. La maglia biancorossa è parte di questa storia, così come le sfide che hanno segnato il calcio locale e il sostegno dei tifosi nei momenti più significativi.
La società attuale sceglie di puntare sul coinvolgimento diretto della comunità, facendo della partecipazione uno degli elementi distintivi del progetto. «La nostra squadra è letteralmente la squadra della gente», afferma Iafrate. «Il progetto di azionariato popolare sta portando i frutti sperati: non abbiamo tifosi abbonati, ma abbiamo soci, che partecipano alle assemblee straordinarie con diritto di voto anche nell’approvazione del bilancio, nonché il diritto a eleggere tre membri del direttivo».
Una scelta che mira a costruire un rapporto di fiducia e condivisione, rendendo i sostenitori parte attiva della vita societaria. «A differenza del passato, e di tantissime altre realtà, noi abbiamo deciso di puntare sulla nostra gente, instaurando un rapporto di fiducia che, sicuramente anche grazie ai risultati, si è creato in maniera perfetta. Tanti piccoli imprenditori hanno creduto nel nostro progetto».
Nel racconto del vicepresidente c’è spazio anche per un riconoscimento particolare al presidente Luigi Marziale, che, pur essendosi trasferito da anni in Emilia-Romagna, continua a coltivare il proprio legame con la squadra e con la città. «Se siamo dove siamo lo dobbiamo sicuramente a lui e al suo grande amore per la nostra squadra, ma soprattutto per la nostra fantastica città», sottolinea Iafrate. Parole che restituiscono l’immagine di una società che costruisce il proprio futuro grazie al contributo di persone unite dallo stesso legame con i colori biancorossi.
Il Nazareth, una cattedrale da riempire
È in questa prospettiva che lo Stadio Nazareth assume un significato ancora più profondo. Intitolato al Conte Arduino Mangoni di Santo Stefano, l’impianto è uno dei luoghi simbolo della storia calcistica isolana, teatro delle stagioni più sentite e delle sfide che hanno accompagnato la crescita della squadra. La sua riapertura al pubblico è quindi molto più di un passaggio logistico: significa restituire alla città uno spazio di aggregazione e alla squadra una parte importante della propria identità.
Dopo un periodo in cui l’accesso del pubblico è stato limitato, la riapertura parziale ha segnato un passo avanti per il club e per i suoi sostenitori. Ma la prospettiva di tornare a vivere pienamente il Nazareth resta centrale, soprattutto per una tifoseria che considera lo stadio un punto di riferimento della propria storia.
«I nostri tifosi sono essenziali per noi. Il Nazareth chiuso, anche solo per una partita, è stato come vedere una cattedrale nel deserto», racconta Iafrate. Il vicepresidente sottolinea quanto la presenza del pubblico incida anche sul rendimento della squadra: «La spinta della nostra gente è importante per i ragazzi e, come dico spesso io, grazie ai nostri tifosi noi riusciamo a giocare in dodici uomini».
Il desiderio della società è recuperare progressivamente la piena disponibilità dell’impianto, compresa la curva biancorossa, rimasta chiusa nella fase di riapertura parziale. «La speranza è quella di una riapertura della curva il prima possibile. Chiaramente, l’apertura al 50% della capienza ci dà la possibilità di ospitare gran parte dei nostri tifosi, ma dover chiudere una curva storica come la nostra, seppur momentaneamente, è qualcosa che ci fa male», spiega il vicepresidente.
La fiducia è rivolta anche agli interventi annunciati per il futuro dello stadio: «Siamo convinti che, con la giusta pazienza, si tornerà ad avere la piena disponibilità di tutti i posti del nostro stadio. Crediamo fortemente nelle promesse dell’amministrazione comunale e nel completo rifacimento del Nazareth dopo la fine di questa stagione».
Tra radici e futuro
La storia dell’Isola Liri continua così a muoversi tra memoria e futuro. Da una parte ci sono le radici del 1925, le stagioni nei campionati nazionali e il traguardo del professionismo; dall’altra, il lavoro quotidiano necessario a consolidare la realtà attuale, rafforzare il settore giovanile e mantenere saldo il legame con il territorio. Le tre promozioni consecutive sono il risultato più evidente di questo percorso, ma il progetto ambisce a costruire qualcosa che vada oltre la classifica.
L’obiettivo è diventare una società sempre più strutturata, capace di valorizzare i talenti locali, coinvolgere direttamente i propri sostenitori e restituire alla città un impianto pienamente fruibile. In questo scenario, il Nazareth può diventare il simbolo più significativo della nuova fase biancorossa: non il ritorno automatico ai fasti del passato, ma un passo concreto nella costruzione di un capitolo nuovo.
Un capitolo che parte dalla consapevolezza delle proprie radici e guarda avanti, con l’ambizione di consolidare i risultati raggiunti e fare dell’Isola Liri una realtà sempre più vicina alla propria comunità.
