Due promozioni consecutive dalla Terza alla Prima Categoria e una filosofia che mette le persone davanti al risultato. Ai nostri microfoni mister Marco Picchi racconta la scalata dell’AC Fregene, il senso di appartenenza del gruppo e la tradizione del terzo tempo che li ha resi celebri.
Due promozioni di fila dalla Terza alla Prima: quanto ha inciso la continuità del gruppo e qual è il segreto della mentalità vincente?
Il primo anno in Terza ci è servito soprattutto per accumulare esperienza nel calcio dei grandi, perché il gruppo era formato per lo più da ragazzi appena usciti dalla Juniores. Un anno intenso, in cui l’Alisei ci ha fatto da esempio: chiudemmo secondi, ma i ragazzi sono cresciuti tantissimo. Il secondo anno, con una rosa più competitiva, è finito con cinque squadre in un punto nelle ultime due giornate: difficilissimo, ma ancora più bello. Se dovessi scegliere una caratteristica che ci contraddistingue, direi il senso di appartenenza: avendo ragazzi tutti di zona, hanno dato quel qualcosa in più.
Dai vostri social emerge una narrativa di valori solidi e centralità della comunità: quanto conta essere un punto di riferimento sociale prima ancora che sportivo?
Puntiamo prevalentemente su questo, oltre che sul calcio inteso come sport: cerchiamo di trasmettere valori sani e giusti, forse il lato più bello del calcio. Portiamo avanti iniziative come il terzo tempo, che quest’anno abbiamo ampliato anche alle tifoserie. Abbiamo un gruppo di ragazzi che ci segue in casa e fuori, e in due anni non abbiamo mai avuto scontri verbali con i tifosi avversari: cerchiamo di portare un atteggiamento positivo in campo e sugli spalti. C’è la competizione, l’adrenalina del risultato, ma vogliamo un calcio vivibile e godibile.
Il terzo tempo vi ha resi celebri: da quale idea è nato?
È una scelta voluta fortissimamente dalla nostra società, a partire dalla proprietà e dai presidenti, e noi l’abbiamo sposata in pieno. È un momento importante: avendo una squadra di giovani e affrontando tanti ragazzi, dà la giusta importanza al calcio come sport di gruppo. Questa è la magia del calcio: uno sport che unisce, dove fino a un minuto prima ci si sfida e un minuto dopo si valorizzano le persone, perché non è fatto solo di giocatori o allenatori. È una cosa nuova anche per me, che ci fa ben vedere in giro per il Lazio: tante società sono rimaste colpite da questo atteggiamento.
Come vi siete mossi per rinforzare la rosa mantenendo la coesione, tra blocco storico e nuovi innesti?
È stato un mercato curato, fatto soprattutto di crescita societaria. Il blocco squadra è rimasto invariato; abbiamo preso alcuni elementi d’esperienza da categorie superiori, privilegiando sempre l’aspetto territoriale, con i ragazzi del posto e un pizzico di esperienza in più. La nostra resta una squadra molto giovane, con un buon mix: possiamo far bene, anche se pure quest’anno non siamo stati fortunati con il sorteggio, in un girone competitivo con quattro o cinque formazioni favorite alla vigilia.
Dopo due stagioni da protagonisti, qual è l’obiettivo concordato con la società e come si gestiscono le aspettative?
Con la società non ci siamo posti un obiettivo tecnico: il nostro traguardo, già dal primo anno, è far crescere i ragazzi prima come persone e poi come calciatori. Quello che raccogliamo sul campo è frutto del sacrificio dei ragazzi e della società, che ci mette a disposizione strutture importanti, difficili da trovare anche in categorie superiori. L’obiettivo è migliorarci e capire se siamo competitivi, perché affrontiamo realtà forti come il Nepi e diverse squadre retrocesse dalla Promozione: società strutturate, dalle quali possiamo imparare molto.
